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Aggredita dall'amante, decade il tentato omicidio: 25enne condannato a 4 anni

Lugagnano, condanna per stalking, lesioni aggravate e sequestro di persona per il giovane che era stato arrestato dai carabinieri la scorsa estate

(Repertorio) Nelle foto gli avvocati Mara Tutone e Claudia Pezzoni

La condanna è di 4 anni, ma per lui è caduta l’accusa più pesante, quella di tentato omicidio premeditato. Federico Rossi, 25 anni, è stato condannato dai giudici del Collegio per sequestro di persona e stalking. I giudici, inoltre, hanno riqualificato il reato più grave in lesioni aggravate. Una decisione che ha dimezzato gli 8 anni di pena chiesti dal pm Matteo Centini. Il giovane dovrà anche risarcire con 30mila euro la vittima, una 29enne con la quale aveva avuto una relazione poi degenerata in diversi episodi violenti e culminata il 24 luglio 2017, in piazza a Lugagnano, quando la ragazza si gettò dall’auto per sfuggire alle botte.

Il presidente Gianandrea Bussi - a latere i giudici Fiammetta Modica e Luca Milani - ha emesso la sentenza dopo un’ora e mezzo di camera di consiglio. Rossi resta agli arresti domiciliari. Il suo difensore, l’avvocato di Parma Claudia Pezzoni, ha detto che valuterà il ricorso in appello. La convivente e i parenti del ragazzo si sono abbracciati al termine della lettura della sentenza. Soddisfatta la parte civile, con l’avvocato Mara Tutone -presente anche il padre della vittima - che si è vista riconosciuta il risarcimento per la giovane 29enne che, dopo le violenze, porta ancora i segni di quella serata ed è seguita da uno psicologo.

mara tutone avvocato-2L’ACCUSA - Il primo parlare è stato il pubblico ministero Centini. In una concisa e determinata requisitoria, la pubblica accusa ha messo in evidenza la volontà di uccidere dell’imputato e la credibilità del racconto della vittima. Un racconto supportato da certificati medici, dalla deposizione della giovane «senza una contraddizione», dai ragazzi che hanno aiutato la giovane in piazza, e dai tanti testimoni, anche se alcuni di loro - in particolare due donne - «hanno detto il falso». Per Centini «non c’è alcun dubbio sulla responsabilità di Rossi. Quella sera, dopo la pizza e la birra a Fiorenzuola, Rossi le ha teso una trappola conoscendo la reazione della giovane quando le disse che non avrebbe mai lasciato la convivente». Le fece lasciare l’auto parcheggiata alla piscina, un luogo isolato, perché lì avrebbe compiuto «il proposito omicidiario». Poi l’attacco alla difesa e ai consulenti. Quello psichiatrico aveva rilevato un disturbo della personalità, dipendenza da alcol e da sesso. Poi aveva detto di avere «delle perplessità» sulla capacità di intendere e di volere. «Ma un perito - ha detto Centini - deve dire le cose chiare, non avere perplessità». Il pm ha attaccato anche l’alcolismo - non c’è una certificazione - e gli scatti d’ira, anche se tutti i testi della difesa lo hanno descritto come “bravo ragazzo”. E ancora: una perizia fatta in due ore e mezza, senza sentire i parenti e i genitori. Centini ha poi spostato il tiro sul medico legale. «Quel tentativo di strangolamento non avrebbe potuto ucciderla» aveva sostenuto Nicola Cucurachi, dell’università di Parma. «Ha parlato di premeditazione e di tentato omicidio, ma non ci ha detto le cause delle lesioni. Non aveva visto le foto delle ecchimosi della ragazza. Dire che se Rossi avesse voluto strangolarla avrebbe dovuto fermare la macchina, non è la valutazione di un medico legale. E’ inaccettabile». Critiche anche a due donne testimoni della difesa. «Una di loro diceva di non sentire perché quasi sorda - ha rincarato - ma al bar nel caos era riuscita a sentire la ragazza dire “quello lo rovino”. Ci hanno preso in giro».

SUPPLEMENTO DI INDAGINE - All’inizio, il pm aveva chiesto un supplemento di indagine proprio sull’attendibilità di alcuni testimoni (una di loro avrebbe fatto un gesto di scherno dopo essere stata ascoltata) e su tabulati telefonici chiedendo di ascoltare anche alcuni carabinieri. L’avvocato Pezzoni si è opposta. I giudici hanno accolto la richiesta della difesa, invitando pm e difensore a concludere.

claudia pezzoni-2LA DIFESA - «Rossi non si è mai pentito di aver affrontato un dibattimento (invece di un rito alternativo che avrebbe comportato uno sconto di pena, ndr) perché le prove si formano in aula, guardando negli occhi le persone e parlando con loro». Pezzoni ha parlato di rapporti personali stretti nel paese in cui vivono, rapporti che, però, spesso esplodono «se condotti da ragazzi fragili. Il mio assistito, però, dopo il fatto ha avuto il sostegno della famiglia». La giovane che iniziò la relazione dell’agosto del 2016 «sapeva che lui aveva una convivente e che la loro era una relazione clandestina. Federico non è un uomo, è ancora un ragazzo. E la sua convivente, temendo di perdere l’uomo che le aveva dato un figlio, era andata a casa della giovane e fa una scenata». Lei, continua l’avvocato, sapeva che Federico prendeva farmaci e beveva. La sera del 24 luglio - dopo che i due non si vedevano da tempo, perché lei lo aveva lasciato dopo essere stata picchiata - la ragazza aveva accettato di andare a bere un aperitivo a Fiorenzuola. Dai tabulati non risulta il timore: lei quel giorno gli invia 251 messaggi, lui 159 la circostanza si commenta da sola». Addirittura, lei gli propone di stare a casa, in un edificio isolato, sottolinea Pezzoni che conclude: «Qui non c’è premeditazione». E al bar rimangono un’ora, visti da tante persone mano nella mano. Tutto esplode quando lui dice che non lascerà mai la convivente. La difesa prosegue: il viaggio da Fiorenzuola a Castellarquato è stato fatto di botte e prese per il collo ma lei aveva offeso suo figlio dicendogli che «era una m… come lui». E poi la giovane ha tentato di gettarsi più volte, ma lui, oltre ad andare piano con l’auto, l’aveva trattenuta «prendendola per un braccio e provocandole dei lividi». In piazza a Lugagnano, inoltre, non c’è stato alcun trascinamento. E i testimoni non erano concordi: per uno la ragazza aveva il volto coperto di sangue, per un altro no. Sulle condizioni di salute, infine, Pezzoni ha detto che la perizia psichiatrica ha dimostrato dei disturbi della personalità, che prendeva farmaci. E che fosse “sex addicted” lo ha ammesso lui stesso. I due erano amanti, così li ha definiti il fratello della giovane, ha ricordato il legale di Parma. E una teste che lavorava con lei ha detto che alcuni lividi erano sì dovuto a dei colpi, ma altre volte si riferivano a rapporti “un po’ forti, ma graditi”. Insomma, un quadro complesso in cui alcune testimoni hanno anche detto di non aver mai saputo delle violenze né di tensioni. Al termine, Pezzoni ha chiesto l’assoluzione per Rossi.

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LA PARTE CIVILE - L’avvocato Tutone si è associata alla richiesta di pena del pm e ha poi ricordato le violenze subite dalla 29enne. I certificati e il racconto della giovane parlano chiaro: lesioni compatibili con le botte, tentativi di strangolamento, testa sbattuta contro il cruscotto, lividi sul braccio ed ecchimosi sul collo, trauma cranio-facciale. Lo stalking, ha affermato l’avvocato, c’è stato perché ha cambiato gli studi di vita, temendo di trovarsi quel ragazzo sotto la casa, andando a vivere a casa della madre. E dopo l’aggressione ha riportato un trauma psicologico che le ha comportato incubi, insonnia, uso di tranquillanti. Era tempestata da centinaia di messaggi, anche dopo l’aggressione di luglio. «Lui si scusava - ha sostenuto Tutone - le diceva di voler restare con lei, di volerla sposare, che non lo avrebbe fatto più. Ma poi ritornava a picchiarla. Lei era innamorata ed è logico che fosse disposta a  perdonarlo». Infine, sulle reali intenzioni di Rossi, l’avvocato non ha avuto dubbi: «Quando ha deposto, la giovane ha detto che lui le urlava “stasera ti ammazzo, a casa viva non ci torni più. Ti lascio in auto, prima o poi qualcuno ti troverà” riferendosi al parcheggio isolato della piscina. L’intenzione era quella di ucciderla».

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