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«Hanno razziato decine di case», il pm chiede 30 anni per una banda di ladri

Trent’anni di carcere per tre persone, dieci anni a testa. Li ha chiesti, il 29 maggio, il pm Emilio Pisante, al giudice Gianandrea Bussi, per tre albanesi ritenuti i responsabili di una serie di furti compiuti nella nostra provincia. I tre erano stati arrestati, il 3 settembre in un cascinale lungo il Po, dai carabinieri di Fiorenzuola

Trent’anni di carcere per tre persone, dieci anni a testa. Li ha chiesti, il 29 maggio, il pm Emilio Pisante, al giudice Gianandrea Bussi, per tre albanesi ritenuti i responsabili di una serie di furti compiuti nella nostra provincia. I tre erano stati arrestati, il 3 settembre in un cascinale lungo il Po, dai carabinieri di Fiorenzuola (il cui importante e preciso lavoro è stato sottolineato in aula da Pisante). Secondo l’accusa, solo in agosto il terzetto avrebbe messo a segno ben 18 colpi, a Castelvetro, Villanova, Caorso, Monticelli, Cortemaggiore e San Pietro in Cerro. I difensori dei tre, gli avvocati Giuseppe Simone Bergamini del Foro di Verona e Gianluigi Lombardo Comite (Foro di Bologna) hanno chiesto al giudice di concedere le attenuanti (negate invece con fermezza dal pm Pisante) perché «si tratta di ladri di polli che lasciavano impronte da tutte le parti». Inoltre, secondo le difese, i tre non avrebbero mai commesso violenza sulle cose e sarebbero sempre scappati quando scoperti dalle vittime.

Sorvegliati dalla polizia penitenziaria, i tre albanesi - accusati di furto aggravato in abitazione - hanno seguito la requisitoria di Pisante che ricordato, con dovizia di particolari, il loro modus operandi per razziare denaro e gioielli dalla loro abitazioni. Esperti e scaltri, i tre si ritrovavano in un’abitazione in cui non avevano stipulato alcun contratto di affitto e, in genere, non utilizzavano il cellulare. I carabinieri, però, li avevano individuati ed erano riusciti a piazzare un Gps sotto le loro auto. In un’occasione, due di loro fermati dai carabinieri, a Crema, in provincia di Cremona avevano abbandonato un’auto ed erano fuggiti nei campi. Ma il lavoro degli investigatori, che si sono serviti degli specialisti del Ris, è stato reso agevole dalle numerose impronte digitali ritrovate e che riconducevano ai tre.

Il loro curriculum, ricco di precedenti penali per reati contro il patrimonio, lascia poco spazio all’immaginazione. Espulsi dall’Italia in modo coatto - cioè portati alla frontiera - due di loro erano tornati in Italia dopo poco tempo. Un altro, invece, era ricercato dalla procura di Verona che aveva emesso un’ordine di custodia cautelare in carcere. La gang, una volta catturata, ha anche cercato di attenuare la propria posizione risarcendo le vittime, ma il ristoro è stato giudicato irrisorio rispetto a quanto razziato e ai danni provocati alle case.

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