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Memorie della Grande Guerra, mercoledì 24 maggio la presentazione del libro di Bottioni

Dopo il diario di Luigi Dodi “Fiorenzuola in tempo di guerra”, ancora una pubblicazione storica dedicata al territorio del Comune di Fiorenzuola, che riguarda il Periodo della Grande Guerra in occasione della commemorazione del centenario

La copertina del libro

Dopo il diario di Luigi Dodi “Fiorenzuola in tempo di guerra”, ancora una pubblicazione storica dedicata al territorio del Comune di Fiorenzuola, che riguarda il Periodo della Grande Guerra in occasione della commemorazione del centenario. Ancora il Circolo Storico del Presidente Eugenio Fabris, questa volta insieme all’Associazione “Piacenza in Grigioverde” ed ancora il riconoscimento del Logo ufficiale delle Commemorazioni rilasciato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un riconoscimento ambito e meritato dal libro scritto dal concittadino Augusto Bottioni che rappresenta la sesta uscita della interessante collana sulle vicende piacentine nel periodo 1915-1918, curata da Filippo Lombardi. Il titolo è tratto da una frase estrapolata dal discorso inaugurale del monumento ai caduti della città sull’Arda, pronunciato dal Prof. Mario Casella: “Essi non sono perché furono”. Accanto a questo il sottotitolo esplicativo “Memorie della Grande Guerra nel Comune di Fiorenzuola d’Arda”. Ciò significa che oltre alle “memorie di pietra, bronzo e carta” relative al capoluogo, ci saranno anche capitoli riguardanti Baselica Duce e San Protaso (che autonomamente vollero ricordare i loro Eroi).

Bottioni indaga in un periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, un momento difficile della nostra storia percorso da violente contrapposizioni ideologiche, nel passaggio dal “biennio rosso” alla marcia su Roma ed al dilagare del fascismo. L’autore ci racconta come vissero i nostri avi quei momenti, come ritrovarono, a tratti, l’unità di intenti e la solidarietà nazionale di fronte alla tragedia della guerra, ai tanti lutti e dolori, alle tante situazioni di disagio vissuti dalle vedove, dagli orfani, dai mutilati, dai reduci stessi. I segni della guerra erano ancora dunque visibili, sia direttamente che indirettamente, la striscia di dolore si trascinava ben oltre la fine della guerra e continuava a generare dolore e lutti. Il pianto si mescolava all’orgoglio, al patriottismo non era ancora divenuto nazionalismo revanscista. “Non si può sopprimere il dolore pensando alla bellezza e grandezza dello scopo” aveva detto profeticamente nel suo diario Luigi Dodi. La più bella e significativa espressione di unità nazionale all’insegna del dolore e della fierezza la si ebbe con il trasporto e la tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria. L’iniziativa, ideata dagli Italiani e replicata altrove, vide coinvolta tutta l’Italia nazional-popolare e borghese, socialista-popolare, repubblicana e fascista. Tutti inginocchiati. Il Sindaco facente funzione di Fiorenzuola, Fiorenzo Orsi ebbe a dire quel 4 novembre, mentre le campane di tutto il Paese suonavano a Gloria per un’ora ed i cannoni sparavano salve d’onore: “Un solo pianto, una sola voce”. Cinquemila persone in piazza a Fiorenzuola, guidate dalla sola bandiera e da una unica emozione. Motivi di commozione in quel periodo ce ne erano effettivamente tanti, come il ritorno delle salme di alcuni combattenti dai cimiteri di guerra e la loro tumulazione definitiva nel sacrario, definitivamente ultimato su progetto dell’Arch. Dodi e bassorilievi del Pennini, ed inaugurato solo nel 1939. Tra le salme ritornate quella del primo Caduto fiorenzuolano, nel corso della prima battaglia dell’Isonzo, nel 1915. La sua storia è stata ricostruita grazie alle notizie recuperate negli archivi e soprattutto grazie alle fotografie fornire dai parenti delle famiglie Bergamaschi-DallOrso. Si tratta dell’artigliere Luigi Marenghi a cui è dedicato un intero capitolo.

Si parla anche di numerosi concittadini, sicuramente molti nonni o bisnonni dei potenziali lettori. La gestazione del Monumento ai Caduti fu piuttosto lunga e faticosa: tra indecisioni, gelosie e slanci ideali si arrivò all’inaugurazione solo dopo 4 anni. L’opera dell’Arch. Manfredo Manfredi, uno dei più influenti e prestigiosi architetti del tempo, direttore dei lavori dell’Altare della Patria (marmisti e scultore sono gli stessi a Fiorenzuola e Manfredi progettò il Palazzo del Viminale, il Pantheon, il Faro del Gianicolo, il Monumento all’indipendenza del Brasile di S. Paolo) venne inaugurata, dopo numerosi rinvii, il giorno undici novembre del 1923. Pochi mesi prima, a firma dell’Arch. Mario Bacciocchi, realizzato dal fiorenzuolano Zucchi, era stato inaugurato il monumento di Baselica. Nel 1926 fu scoperta invece a San Protaso, la bella lapide disegnata dall’Arch. Concari, quella che si vede ancor oggi sulla facciata della chiesa. Non rimane nulla di significativo invece del parco delle Rimembranze che il Comitato promosse accanto alle scuole. Infine vi è anche una lapide annunciata e mai eseguita, quella da porre sulla torre campanaria a disegno dell’Arch. Arnaldo Nicelli.

Accanto ai “ricordi di pietra” ci sono i cosiddetti monumenti di carta, anche questi con l’intento di esorcizzare in qualche modo il dolore ed il senso di colpa, di nobilitarlo attraverso il ricordo, la Fede e l’eroismo, il sacrifico per un bene più alto, il dono di se alla Patria. Si parla di diaristica (quello dell’adolescente Dodi, ma anche quello del Bersagliere Ludovico Lommi), di libretti, necrologi e “santini” commemorativi come quello del Capitano Giuseppe Dodi, medaglia d’argento al valor militare, del Ten. Astorri che la burocrazia militare e civile fece morire due volte in date diverse. Si parla, nel libro, anche della vicenda e della tomba di uno sfortunato marinaio inglese, del soldato serbo inumato nel Sacrario (a proposito la maggior parte delle salme che riposano nel Famedio che è Sacrario Militare Nazionale, sono di militari deceduti negli Ospedali militari situati a Fiorenzuola), delle vicende di alcuni caduti, delle ricerche sull’elenco ufficiale pubblicato in un elegante libretto elaborato nella grafica da Mario Bacciocchi e nei testi da Mario Casella. Attraverso laboriose ricerche, incrociando vari documenti, si è scoperto che i Caduti del Comune sono dodici in più rispetto ai 210 ufficialmente dichiarati (e altri ancora sarebbero in più se si dovessero contare anche coloro che morirono nel decennio seguente la fine delle ostilità, in conseguenza a ferite fisiche o psichiche).

Una parte del volume è dedicata ai collage fotografici nei quali compaiono le fotografie di reduci e Caduti. Per quanto riguarda la nostra città ne sono stati trovati ben tre, attribuibili a diverse epoche e tutti incompleti con lacune. Vi è un capitolo dedicato alla lapide della Vittoria fusa nel bronzo dei cannoni nemici (ma i cannoni non erano più realizzati con il bronzo). Si cita anche la recente istituzione della sala dell’onore e del merito dove vi è una sezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale. Un accenno all’Ara Pacis Mundi del Colle di Medea (pochi lo sanno che è opera del Concittadino Arch. Mario Bacciocchi), alla toponomastica celebrativa, ai singolari festeggiamenti per la “non morte” del nostro Camillo Ottolenghi, scampato miracolosamente all’esplosione di uno “shrapnel” pochi giorni prima della eroica morte di Prospero Verani, alla cui memoria fu dedicata una struttura di assistenza e cura per anziani che ancora oggi è un fiore all’occhiello di Fiorenzuola e che ha sicuramente rappresentato il modo migliore per tramandare un ricordo (di Prospero Verani e dei suoi generosi genitori se ne parla in un capitolo, ma in occasione del centenario della morte dell’ufficiale fiorenzuolano è prevista l’uscita di un volume storico, nell’ottobre di quest’anno). Infine non mancano neppure le iniziative più recenti quali “Il Milite quasi ignoto” e il concorso di idee per la ristrutturazione di piazza Caduti.

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Il libro è dotato di numerosi documenti ed interessanti fotografie inedite, di spunti di riflessione sulla memoria; sulla “monumentomania” del primo dopoguerra; sui toni prima dolenti ed elegiaci, prevalentemente ristretti alla cerchia famigliare ed amicale, poi divenuti toni da celebrazione collettiva e retorica; sui meccanismi di elaborazione del lutto delle singole persone e dell’intera comunità; sul passaggio dell’attenzione dal soldato singolo alla “Comunità dei soldati” fatta da reduci e Caduti senza distinzione di classe sociale e di grado militare.

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