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Strangolò e uccise la moglie in casa a Castelvetro: condannato a 16 anni

E' stato condannato a 16 anni di reclusione, con l'accusa di omicidio volontario aggravato, Gianpietro Gilberti, 53enne, l'uomo che il 26 settembre del 2013 ammazzò, soffocandola, la moglie Cinzia Agnoletti, 51 anni, nella loro abitazione a Castelvetro

I carabinieri davanti all'abitazione dove avvenne il delitto

E’ stato condannato a 16 anni di reclusione, con l’accusa di omicidio volontario aggravato, Gianpietro Gilberti, 53enne, l’uomo che il 26 settembre del 2013 ammazzò, soffocandola, la moglie Cinzia Agnoletti, 51 anni, nella loro abitazione a Castelvetro. Questa mattina, 9 dicembre, il giudice Giuseppe Bersani ha letto la sentenza al termine del rito abbreviato. Il pubblico ministero Antonio Colonna, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto una pena di 15 anni e 4 mesi. L’imputato, presente in aula al momento della lettura della sentenza, ha mantenuto ancora una volta un atteggiamento del tutto tranquillo e composto. Il suo difensore - l’avvocato Luigi Ruggeri del Foro di Piacenza - aveva invece chiesto il minimo della pena, puntando sulla situazione familiare in cui era maturato il delitto.

I parenti di Agnoletti si sono costituiti parte civile con l’avvocato Sara Palmisano, del Foro di Forlì (Agnoletti era originaria della città romagnola). A costituirsi sono stati la madre della donna uccisa, Gabriella Albini e un fratello della vittima, Paolo Agnoletti. A loro favore il giudice ha stabilito un risarcimento con una provvisionale di 100mila euro.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri di Fiorenzuola e del Nucleo investigativo di Piacenza, Gilberti si accanì con furia sulla donna, che aveva bevuto e non era in condizione di difendersi (da qui l’aggravante della minorata difesa): prima tramortendola con pugni e calci, poi stringendole le mani attorno al collo, legandole al collo il laccio di una tapparella, premendole un cuscino sul volto e infine chiudendole il capo in un sacchetto di plastica. Subito dopo Gilberti aveva anche tentato di togliersi la vita con o stesso sacchetto di plastica, ma non c’era riuscito. Un comportamento al limite, dove la perdita di controllo era stata totale. E per questo la difesa aveva anche chiesto una perizia psichiatrica al gip, nei mesi scorsi, ma il giudice l’aveva respinta.

La procura della Repubblica di Piacenza, che ha coordinato le indagini dei carabinieri  aveva spiegato che il delitto era maturato in un ambito famigliare «compromesso nei rapporti e profondamente logorato»: la coppia viveva insieme da 25 anni, ma lui era disoccupato da tanto tempo e lei, che spesso si appoggiava all’alcol, aiutava la famiglia con un lavoro precario come lavapiatti. Il tutto inserito in una relazione sentimentale ormai agli sgoccioli, in un equilibrio psicologico costantemente in bilico, e in un contesto abitativo degradato dalla povertà e dall'incuria. Molte le liti tra i due, udite spesso dai vicini che erano a conoscenza della situazione. La sera del delitto fu un episodio banale a scatenare la violenza mortale: una porta sbattuta e che non si riapriva più perché era caduta la maniglia.

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Secondo Palmisano «il fine delle parti civili non era ottenere ristoro economico, ma di poter far emergere una realtà dei fatti diversa da quella rappresentata nel processo. Non si tratta di una vittima carnefice, ma di una vittima che aveva problemi grossi e che da sola manteneva la famiglia. Nonostante i problemi di alcolismo, quella donna ha sempre fatto di tutto per mantenere l’unione familiare. Non rinneghiamo il contesto difficile di vita, ma cercavamo giustizia.
L’omicidio riveste una gravità assoluta, violenza efferata. Ci sarebbero stati altri modi per risolvere i conflitti non certo l’omicidio».
Il difensore Ruggeri ha fatto sapere che «lette le motivazioni proporrò appello. L’omicidio è avvenuto in un contesto sfilacciato e il comportamento della vittima ha esasperato una situazione ormai lacerata».

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